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18 giugno 2010

Co la mente alienata

« L'Accidia una freddura,
ce reca senza mesura,
posta 'n estrema paura,
co la mente alienata »
Jacopone da Todi, Laudi - Trattato e Detti

Svegliarsi e non aver voglia di aprire gli occhi, la forza di girasi dall'altro lato, di cambiare posizione: dalla fetale alla supina, alla prona, a quella contorta.
Il corpo fortunatamente riesce a reagire per conto suo e suggerisce uno stiracchiamento, poi un animalesco sbadiglio, infine ti stropicci gli occhi e sei pronto a vedere dove cazzo ti trovi.
E' la mia stanza, la riconosco, sono passati tanti anni ma è sempre la stessa, poche modifiche, una sola ritinteggiatura fatta solo pochi anni fa con un colore neutro, che non mi dà stimoli, che non avevo scelto io, ma che avrebbe dovuto segnare un passaggio da una fase ad un'altra della vita.
Sopra a queste cose, stranamente, ci passo sopra. Stranamente sì, perchè ci sono alcune cose alle quali riesco masochisticamente a dare un peso che non dovrebbero avere nonostante agli occhi del mondo possano apparire come delle eminenti cazzate.
Non lo so, sento di avere la mente bacata a causa di un processo di logoramento che trovo irreversibile, come se ormai si fosse superato un punto di non ritorno.
Ritorno, l'eterno ritorno... ritorno a che cosa... a chi ero?
Perchè, adesso chi sono?
Cosa sono?
Sono ancora?
Una cosa certa è che sono simile, simile a qualcuno che sono stato ieri e che sarò domani.
Per quello che sono stato ieri non posso fare più niente a meno di inventarmi delle balle, fare del revisionismo sulla mia storia, ma così facendo potrei anche riuscire ad ingannare gli altri ma non me stesso; saprei di mentire. E soprattutto non cambierebbe le cose.
Quali sono le cose che dovrebbero cambiare?
E cosa intendo per cambiare?
Quando dico cambiare intendo dire migliorare, che a stare peggio di così non ci tengo proprio.
Come posso migliorare?
Cosa posso migliorare?
Chi, di colui che sono, migliorerò?
Qualcuno ha un foglio di istruzioni?
La mia stanza è rimasta simile a se stessa quasi uguale nel corso degli anni; io nel corso degli anni sono inevitabilmente e fortunatemente cambiato, ma non ho modificato poi così tanto questa stanza che, alla fine, mi stava anche bene come stava.
Di certo sono uno che prova ad adattarsi.
Se non posso evitare una situazione allora cerco di assecondare, di pormi nella situazione che non mi possa fare più male del previsto.
Ci sarebbe un'altra filosofia di vita però che vorrei anche considerare: ed è quella che, non so chi la dice, ma in sostanza afferma che è necessario modificare ciò che ci circonda in modo che noi possiamo ottenerne il massimo vantaggio, per ottenere quello che vogliamo bisogna fare qualcosa in quell'ottica.
Ecco lo so, per come mi trovo e per come ci tengo che la mia situazione migliori, quest'ultimo dovrebbe essere l'atteggiamento più indicato.
Sono in una fase apatica, che devo dire. L'accidia, l'ignavia sono i mie peccati. Il peccato di quelli che mai non fur vivi, da disprezzare categoricamente, come farebbe Dante, data la mia giovinezza.
Ma non è il pensiero dell'età, che pur sto sprecando, che mi risolleva. E' che altre cose invece mi abbattono: come le persone che mi circondano, quelle che si dicevano amiche ma che poi mi hanno abbandonato in nome di una popolarità tra altre persone che prima invece disprezzavano; come le persone che dicono che vogliono essermi amiche ma che non fanno nulla perchè questo accada; come le persone che ci sono e che apprezzo per questo ma che non ci sono mai abbastanza.
Dovrei accontentarmi?
L'ho fatto quasi sempre ma adesso non mi basta più. Non so di preciso cosa voglio ma almeno so cosa non voglio.
Non voglio questo isolamento sia scambiato per una ricercata solitudine, non voglio annoiarmi, non voglio perdermi le novità, le cose che mi interessano, la vita, non voglio perdermi.
Ci sono cose che da soli non è che non si possano fare, ma il risultato è diverso dal farle insieme a qualcuno a cui tieni e meglio ancora se anche questo tiene a te.
In mancanza di questa evenienza, in questo periodo in cui cerco di riprendermi, provo comunque a seguire l'istinto di volontà e faccio comunque quello che volevo fare; anche da solo.
Ho comprato un biglietto per un concerto.
"Due?" mi aveva chiesto il bigliettaio, come se avesse sentito male.
"NO" - gli ho risposto seccato - "UNO".
E' triste andare a un concerto da soli?
Si potrebbe...
Sarebbe stato più triste perderselo perchè nessun altro dei mie conoscenti ha voglia di andarci. Qualcuno forse lo troverò comunque, ma dovessi andarci da solo cosa avrei da perdere?
A maggior ragione sarò me stesso, più delle altre volte, allenterò tutte le inibizioni dovute alla maledettissima e odiosa paura di fare brutta impressione a chi vuoi che ti dia l'amicizia o l'amore, e mi lascerò andare e mi lascerò trascinae dalle meravigliose melodie e riff e assoli di quel gruppo del quale ascolto in auto, dal mio computer, nella mia stanza le travolgenti canzoni.
Da solo, per me!

24 aprile 2010

Destroy the silence

Frenetici cinguettii scandiscono il rumore di fondo della città.
Seduto sul pavimento di piastrelle bianche del mio balcone preferito, quello che si affaccia sul mio piccolo giardino i cui alberi, ora fioriti in colori scintillanti, coprono quasi per intero il panorama della città, mi lascio scivolare il tempo addosso.
Crucciato, tento vanametne di collegare i pensieri alla penna che scrive svogliata sul foglio.
Una macchina lascia la sua scia rumorosa, e un'altra la segue. Il rombo di un'altra ancora sovrasta quello delle precedenti.
Isolato, l'ululato straziante e prolungato di un cane tiene compagnia alla mia solitudine. La sua sembra essere una richiesta di aiuto. Dovessi imitarlo dovrei fare un grido che andrebbe a squarciarmi la gola prolungandolo sino a quando non cominci a bruciarmi il petto, o sino a quando non abbia espulso tutta l'aria dai miei polmoni, tenendo la nota flebilmente sino alla fine. Tossisco; lascio che gli spasmi della mancanza di respiro mi contorcano il corpo quel tanto che basta da farmi lacrimare.
Bestemmio perchè mi vergognerei a fare una cosa del genere: la paura di farmi sentire, e riconoscere, prenderebbe il sopravvento. Ho paura evidentemente di essere preso per pazzo. Non perchè in realtà non lo sia, oltretutto elogio la follia, ma perchè quando la società ti etichetta in questo modo, più ti dimeni più peggiori la situazione. Voglio mantenere questa pseudo-libertà che ho, anche se ora la sfrutto male, nella speranza di giorni migliori e di voglia.
Arrivo alla conclusione però che per quanto forte possa urlare, nessuno mi sentirebbe. 
Il mio fragore verrebbe nascosto dai rumori di fondo delle vite della gente, con indifferenza.
Apparirebbe ovattato come quando, tornando da una festa con musica ad alto volume, o da un concerto, o da una discoteca, le orecchie, maltrattate, fischiano manifestando il loro dolore e non riescono a sentire nitidamente il mondo esterno se non accompagnandolo con quella litania fastidiosa e durevole.
Ai miei cosiddetti amici invece, o ai miei conoscenti, quello che uscirebbe dalla mia bocca sarebbe udibile tanto quanto quel grido dipinto dal Munch: il volto, straziato, si perderebbe in un vortice che lo risucchia nel baratro senza che nessuno possa notarlo a meno che non smetta di voltargli le spalle.
Per ora ripongo la mia speranza di riscatto in una persona meravigliosa che ho avuto la fortuna di incontrare in questo periodo oscuro. Mi ha dato fiducia e mi auguro di poter contare su di lei e di poter fare in modo che possa contare su di me.
Nel frattempo cerco disperatamente di infondermi utili dosi di autostima per tornare a godermi la vita.
Accendo una sigaretta. Sbuffo verso il cielo.

24 ottobre 2009

Storie di Jack - Confessioni

Jack ha fatto outing:

Se vedeste come mi sono ridotto, se sapeste come ero prima di ridurmi così, se mi incontraste essendo a conoscenza di quello che ho fatto prima di adesso quando mi sentivo con la mente di fare tutto quello che ho fatto, se sapeste quello che desideravo di fare in un futuro non troppo lontano quando mi sentivo con la  mente di desiderare quello che ho desiderato, bè ecco se vedeste come mi sono ridotto voi non provereste pena per me, ma diverreste le persone più incazzate di questo mondo, perchè avevo un sacco di opzioni e le ho sprecate tutte, sono il peggiore perchè non è che ho scialaquato soldi ma il mio tempo, parte di quello passato e molto del futuro, ecco cosa vedreste in questo presente. Uno che per colpa delle sue seghe mentali non è riuscito ad andare avanti,  perchè guardava indietro per sapere dove aveva sbagliato, voi vedreste uno che, con l'arrovellarsi dei suoi pensieri e il loro continuo susseguirsi, sta rischiando di farsi esplodere la testa, che un proiettile scagliato in fronte da un revolver farebbe meno danni.

Già un proiettile....

14 ottobre 2009

Storie di Jack - l'omologazione

Basta, ora basta! urlò Jack, battendo i piedi per terra mentre si alzava dalla poltrona.

Che c'è adesso? gli chiesi.

C'è che ne ho abbastanza di questo andazzo, di questo staterello, di questo mondo del cazzo.
Non si può nemmeno stare a sentire sta televisione che mi dice quello che devo fare, quello che devo comprare, quello che devo pensare e quello che devo indossare perchè quest'anno "va di moda"; ma chi lo ha deciso che va di moda?
Se non uno sfigato stilista del cazzo che ha la necessità di vendere le sue cagate vomitevoli. La moda la dovrebbe fare il compratore, è lui che decide cosa gli aggrada e i venditori si dovrebbero adeguare. Che cosa è questa imposizione da quattro sodi, fatta peraltro con una marchetta di un TG nazionale, che ci costringe tutti quanti all'omologazione? Tutti lì poi a comprare questo e quello perchè va di moda, perchè se non ce l'hai sei antico, uno sfigato, fuori dalle discussioni, perchè di fatto vieni escluso da un mondo, quello degli omologati. E allora sai che ti dico? Fanculo l'omologazione, fanculo gli omologati! Io me ne sbatto! - e sbattè anche la porta del soggiorno mentre se ne usciva dalla stanza.

Dopo cinque minuti rientrò.

Jack ti sei calmato adesso? domandai cauto.

Calmato un cazzo! Ora me la sono legata lal dito. Anzi ti dirò di più. Mi sento così disomologato che....ho deciso si, siccome la cosa più omologante di tutte è fare queste insulse vite, si ho deciso che per dimostrarmi cosi "anti", smetterò di vivere e mi toglierò la vita da me. - si confidò risoluto.

Ma che cazzo stai dicendo Jack? Ti sei rincitrullito? Ora per un discorso sentito alla TV ti metti a fare tutto sto casino? Ma smettila! - cercai di farlo rinsavire e aggiunsi: E poi così non la darai vinta a loro, scusa? - domandai sperando di suscitargli un dubbio e infatti ci riuscii.

Come la vincerebbero loro, che vuoi dire?

Scusa eh, ragioniamo un attimo. Tu dici che non ti vuoi omologare e ritieni che siccome la gente è viva il solo modo per essere contro questa omologazione è morire. Ma non è forse il destino degli esseri viventi quello di morire dopo aver vissuto? Allora tu, morendo non andresti incontro alla più assoluta delle omologazioni che l'essere umano debba affrontare? - notai di aver scalfito le sue convinzioni, ma lui senza indietreggiare controbattè:
Ma infatti non è che dovrei morire in un modo qualsiasi, omologatamente banale....come può essere il corso naturale del ciclo vitale. Mi autoterminerò. - sostenne utilizzando, come era suo solito, un termine coniato dai film.

E pensi che il suicidio non sia una via intrapresa da così tanta gente a tal punto da essere definita omologante?
Cioè, se propro vuoi suicidarti e non omologarti dovresti trovare un modo al quanto insolito per farlo, più unico che raro.

No, c'hai ragione, visto che i modi che mi vengono in mente sono stati tutti gia sperimentati. - sbottò.
Ma allora - ricominciò - potrei farlo avvenire in modo casuale ma cercando in tutti i modi di trovarmi in situazioni pericolose che mi diano una più alta probabilità di "successo".

No, no, senti per me sei proprio fuori strada. Se proprio non vuoi omologarti sul fatto di morire, perchè tutti alla fine muoiono, dovresti fare l'unica cosa sensata che la logica iumpone di fare.

E cioè?

Diventare immortale.

Come highlander!?! Ne rimmarrà uno solo!

Si, come lui. Se non fosse che quello è un personaggio inventato e che la logica di cui parlavo sopra si scontra con il fatto che nessuno può essere immortale. - conclusi.

Sapevo di averlo provocato perchè lui non sopportava lasciar cadere irrisolte delle sfide, e così riuscii nell'intento di distoglierlo dall'idea di non vivere, infatti si dedicò con tutto se stesso a trovare il modo per risolvere questo assurdo logico sino a quando un giorno, tutto contento, passò da me per dirmi di aver realizzato questo:



Jackson Pollock - number one - 1948

Decisamente un anticonformista.

2 maggio 2009

Storie di Jack - Paure

Jack se ne sta quieto, fermo, quasi immobile.

Chi lo osservi per la prima volta potrebbe crederlo morto. O pensare che è uno di quegli artisti di strada che fa la statua vivente.

Invece no, niente di tutto questo.
Lui non sa che fare, dove andare, dove stare, quando agire, per provare a sentirsi libero, felice.
Ma quella sua "fermezza" è a tratti irritante. Chi vive con lui non la può sopportare. E' uno scorrere di domande che non chiedono informazioni.
Perchè non esci? Perchè non chiedi lavoro li? Perchè non vai all'università? Perchè te ne stai li come un soprammobile?
- "Che palle!" fu la risposta adatta tutto.
Cazzo è vivo!?
Jack nessuno poteva capirlo. Solo quelli come lui. Ma lui, di quelli come lui, non ne conosceva.

Ma non è che non volesse fare niente. Lui anzi, non faceva altro che sognare, immaginare, pensare, cercare di escogitare un modo per spolverarsi di dosso quel torpore. Lui forse più di tutti voleva vivere. Ma aveva paura.

Non è che non amasse la gente. Lui anzi, non faceva altro che creare occasioni di incontro sempre con gente nuova, diversa, che potesse dargli la possibilità di scrollarsi di dosso quel torpore. Lui forse più di tutti voleva conoscere gli altri. Ma aveva paura.

Non è che non volesse muoversi dal suo poltrire. Lui anzi, non faceva altro che fare liste dei luoghi che avrebbe voluto raggiungere, e giu a chiedre infomazioni, a fare pagamenti e prenotazioni. Lui forse più di tutti voleva girare il mondo. Ma aveva paura.

Jack viveva la sua vita con metodica attenzione e precisione. Tutto misurato, alacremente premeditato, ogni piccolo passo doveva essere fatto nel posto giusto; ogni gesto portato a termine con tempismo. Il tutto sincronizzato con pensieri soavi, attento a scacciare tempestivamente quelli dannosi. Un passo, un pensiero adatto a tranquillizzarlo; un altro gesto, un altro pensiero adeguato. Guai a sbagliare. Sarebbe tornato sui suoi passi o gesti e li avrebbe ripetuti accompagnadoli con i pensieri giusti. La giornata altrimenti avrebbe potuto saltare.
Era un ingranaggio di un antico orologio. Un piccolo granello di polvere gli avrebbe potuto creare intoppo.

Jack aveva paura, ma solo di impazzire.

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